UN MONDO DI SUONI

Ne sono certo. La tecnologia ha cambiato e sta ancora cambiando il nostro modo di ascoltare.

Oggi può capitare a chiunque di seguire svogliatamente il racconto di una vicina chiacchierona, mentre la tv è accesa con un reality in corso e dalla finestra arriva il rumore del traffico, il figlio in camera sua ha la Play Station col volume a palla appena attutito dalla porta chiusa, e la nostra attenzione è tesa a sentire se arriva una importante telefonata al cellulare con la nuova suoneria con cui non abbiamo ancora confidenza.

Lontano dai tempi del “si parla uno per volta, per educazione”, siamo catapultati in un mondo rumoroso, pieno di suonerie, squilli, bip, voci dirette e voci riprodotte. Tutto insieme.

Povere orecchie! Sottoposte a un fuoco di fila quotidiano in cui facciamo i salti mortali per capire qualcosa. Eppure riusciamo quasi sempre a cavarcela, a seguire un discorso che ci interessa, almeno fino a quando le orecchie si mantengono efficienti. Come è possibile tutto questo? Come possiamo sentire le parole di una persona quando c’è della musica a volume molto più forte della sua voce?

ASCOLTARE CON IL CERVELLO

Il segreto è nel cervello. Noi ascoltiamo col cervello!
Dentro la nostra testa avviene una selezione di ciò che serve e ciò che inutile o dannoso per la comprensione. Quello che è visto come parlato, che suscita interesse, passa. Il rumore, la confusione, le voci disturbanti, vengono bloccati.

Allora se non capisco chi mi parla c’è qualcosa che non va nel mio cervello? Mi devo preoccupare?
No, ma forse bisogna attivarsi per valutare se è normale o se vanno prese contromisure.

E IO GUARDO

Il cervello, promosso a organo dell’udito, quando è in difficoltà cerca delle soluzioni, usa qualcos’altro per completare ciò che dalle orecchie non è arrivato chiaro. Fa ricorso alla vista: gli occhi sono in grado di dare molte indicazioni. Riconosciamo una persona e, se l’abbiamo già vista una volta o la vediamo spesso, possiamo immaginare qual’è l’argomento di cui sta parlando. Le vediamo l’espressione, e dalla mimica facciale sappiamo se si sta esprimendo con un tono benevolo o ostile. Vediamo il movimento delle labbra, lo facciamo tutti inconsapevolmente, e questo ci aiuta a completare una parola non capita.

RICORDO BENE

Anche la memoria dà un suo importante contributo, perché ci permette di intuire termini che non ci sono pervenuti interamente soltanto perché li conosciamo. I riflessi calcolano istantaneamente quale sarà la parola più probabile tra quelle somiglianti a quella udita. E se abbiamo inquadrato il nostro interlocutore è probabile che nel nostro cervello le parole vengano indovinate prima ancora che lui le pronunci.

IL GRANDE PUZZLE

In conclusione, il cervello fa una specie di puzzle, mettendo in ordine le parole comprese, anzi le sillabe, anzi i fonemi, che sono ancora più piccoli, e rappresentano ogni singola emissione di voce. Completa le tessere mancanti ricorrendo a vista e memoria grazie alla sua capacità di integrazione rapida tra i vari input.

Si comporta come un muscolo che lavora tantissimo, e velocemente. E come un muscolo deve allenarsi, rimanere sempre in attività. Tutte le ricerche confermano che se non capiamo le parole nonostante abbiamo sentito la voce probabilmente qualcosa al nostro udito è avvenuta da molto tempo, ma finora ce la siamo cavata grazie ai processi cerebrali. Se adesso non ci riusciamo più è perché mancano più tessere, il puzzle non si completa e abbiamo bisogno di maggior input.

E ADESSO?

La prima cosa da fare è parlarne con il proprio medico, che probabilmente ci invierà ad uno specialista. Se però non viene trovata nessuna patologia, se le orecchie sono sane ma semplicemente non sentono bene, la seconda cosa da fare è provare a trovare subito una soluzione. Discorsi come “sono troppo giovane, quando peggioro ci penserò” sono semplicemente folli. Lascereste stare una carie anziché eliminarla finché è piccola? Sapendo che progredirà, attendereste a curare un cancro?

NUTRIRE IL CERVELLO

L’udito è l’unica forma di alimentazione del cervello che non si ferma mai, neppure quando dormiamo, a differenza della vista.

Le statistiche dicono che in tutto il mondo si aspettano sette anni da quando si avvertono difficoltà uditive a quando si prova a risolverle. Troppo tempo, se pensiamo che anche con una banale frattura e soli quaranta giorni di gesso, dopo abbiamo bisogno di mesi di riabilitazione. Quanto impiegheremo a recuperare quei sette anni, ma a volte dieci, venti, quaranta?

E non ditemi che se uno ha difficoltà di udito gli altri non se ne accorgono! La bufala del secolo.
Se mi chiamano e non mi volto perché non ho sentito, io non sono consapevole che si rivolgono a me, ma quell’altro eccome se lo nota…

E’ ORA DI AGIRE

Allora la cosa da fare è… volersi bene. Se manterremo il nostro udito efficiente manterremo buoni anche i nostri rapporti con gli altri. Le persone che ci vogliono bene saranno contente se risolviamo le nostra difficoltà. Potranno fidarsi di noi se ci lasciano l’incarico di rispondere al telefono in loro  assenza, un nipote a cui badare. Sentire bene aiuta a mantenere vive le relazioni. Se abbiamo dedicato una vita al lavoro e agli altri, ce lo meritiamo.

 

Nei prossimi post ti parlerò di come funziona il nostro orecchio e di quante cose è capace.

bruno odoardi
bodoardi@gmail.com
Audioprotesista pediatrico, in attività dal 1980

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