Quando ho iniziato le superiori una terribile incognita minacciava noi imberbi virgulti. La prof  entrò in classe, si presentò e subito scrisse alla lavagna una strana serie di segni, accenti e spazi. Poi ci invitò a ripetere quello che lei leggeva ad alta voce e via via ci spiegava qual’era il significato e perché quel termine era collocato lì. Dall’osservazione risalivamo alla teoria e alle regole. Ho subito iniziato ad amare quella professoressa per il suo metodo. Alla ricreazione già sapevamo pronunciare una frase completa, ovviamente solo quella, e potevamo tornare a casa orgogliosi di saper parlare in greco.

Ecco, vorrei condividere le cose che so, ma farlo senza che diventi pesante e noioso. Il metodo della prof andrà benissimo.

 

Avete notato che alcune persone parlano sempre molto forte? Oppure al contrario parlano con un filo di voce? Ebbene, la maggior parte delle volte il volume della nostra voce dipende da come sentiamo. Si chiama autofonìa, ed è il meccanismo innato che governa la quantità di aria che emettiamo dai polmoni attraverso la laringe perché gli altri sentano il suono della nostra voce, che si tratti di parole o di canto.

Perché c’entrano allora le orecchie? Ebbene, regoliamo la “canna” come dicono i cantanti intendendo la potenza vocale, a seconda di come noi stessi monitoriamo la nostra voce. Lo sanno bene gli artisti che sul palco indossano quegli strani auricolari su misura per non stonare e non urlare troppo. Nel baccano generale, che piaccia o no, urliamo tutti perché alziamo il volume della nostra voce fino a sentirla emergere rispetto ai suoni esterni. E’ probabilmente insita in noi la valutazione che gli altri non ci ascoltino se neppure noi sentiamo la nostra voce. Quindi se l’artista usa i monitor perché altrimenti gli strumenti della band soverchiano il canto e rischia di steccare perdendo il controllo delle note emesse, così il ragazzino che sta ascoltando musica con le cuffiette ci parlerà urlando senza accorgersene, perché quel volume di voce gli sembrerà normale in quanto appena superiore alla canzone.

E se non abbiamo un buon udito? Beh, possono verificarsi due eventualità: o parliamo troppo piano o troppo forte.

Abbiamo già concluso che parleremo piano se il volume della nostra voce lo sentiamo molto più dei suoni esterni. Questo avviene per esempio quando siamo molto raffreddati. Ci si “tappano” le orecchie. Dipende dal catarro che dalla faringe risale e occlude la tuba di Eustachio, il tubicino che collega il cavo orale ed il naso con l’orecchio medio, e che sta lì per garantire l’ossigenazione ed equilibrare la pressione interna dell’orecchio. Lo stesso avviene quando scendiamo dalla montagna. Il cambio di pressione ci chiude le orecchie e dobbiamo deglutire o sbadigliare per schiuderle. Più banalmente possiamo provare la stessa sensazione tappando le orecchie con le dita.

Se parliamo sentiremo molto forte la nostra voce, magari anche rimbombante, e tenderemo ad abbassarne il volume al punto che gli altri non ci sentiranno abbastanza.

Le persone che hanno una patologia chiamata ipoacusia trasmissiva vivono questa stessa situazione. Qualcosa blocca l’udito dando la sensazione di tappo, ma la propria voce arriva forte, tanto da indurle a parlare pianissimo convinte di urlare e che anche gli altri le ascoltino così forte, anche se non è così.

Addirittura in un luogo rumoroso costoro ascoltano meglio che nel silenzio. E’ chiaro, dove tutti istintivamente parliamo più forte per via dell’autofonìa, questi si ritrovano avvantaggiati: non sentono il rumore ma la voce alta sì!

L’altra eventualità è che parliamo troppo forte. Cerchiamo istintivamente di bilanciare l’emissione sonora ascoltando la nostra voce, che però non arriva affatto se non eroghiamo un po’ più di volume.

Per giunta se c’è rumore ambientale, o tanti che parlano, non comprendiamo affatto bene le parole, come se fossero sfocate. Immaginate di avvicinarvi dove c’è una festa di paese. Sentite via via più forte il bum bum degli altoparlanti delle giostre, ma dovrete arrivare a breve distanza per cominciare a riconoscere la canzone e le sue parole, facendo ricorso più alla vostra memoria del pezzo che per averle distinte. Oppure c’è la tv accesa nell’altra stanza. Avete riconosciuto la trasmissione, sentite persino che il volume è alto, ma non riuscite a seguirne il contenuto. Sapete solo che dovrete urlare perché di là sentano che è pronto in tavola.

L’ipoacusia neurosensoriale, detta anche percettiva, fa vivere situazioni simili. Sento ma non capisco, quante volte lo avete udito dire?

Queste persone tendono a parlare a voce alta ed esageratamente squillante, come se dovessero calcare maggiormente le sillabe. E faranno spesso confusione tra termini simili: “come hai detto che ti chiami, Tino o Gino?”. Qui non c’è nessun tappo che impedisce il passaggio del suono, ma è proprio quel senso di sfocatura che impedisce la comprensione. Ne parleremo altrove.

Dico solo che “quelli che sussurrano”sono molti di meno di “quelli che strillano”, cioè le ipoacusie neurosensoriali  sono la maggioranza assoluta, e che la medicina ha grandi possibilità di risolvere i problemi dei primi ma molto meno dei secondi.

La presbiacusia, una grossa fetta delle sordità percettive, è legata all’età ma attenzione: il problema mette radici a trent’anni, non a settanta.

Cerchiamo di dare ascolto a qualche piccolo segnale, una voce un po’ alterata, un campanello non udito, un televisore tenuto alto, per decidere di approfondire la ricerca del perché. L’ipoacusia, dico spesso, non fa male alle orecchie, ma al cervello. If you don’t use your brain, you lose it. Se non usi il cervello, lo perdi. Mandare ai centri corticali dell’udito gli stimoli sonori aiuta a non perderne la capacità di comprendere, in tutti i sensi.

Se me lo avessero spiegato così, lo avrei capito molto prima e probabilmente avrei aiutato qualcuno in più a comprenderlo.

bruno odoardi
bodoardi@gmail.com
Audioprotesista pediatrico, in attività dal 1980

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