No, l’apparecchio per l’orecchio non lo voglio. L’aveva mia nonna e fischiava sempre!
Questa obiezione l’ho sentita tantissime volte, e allora dobbiamo comprendere bene cos’e il fischio dell’apparecchio e come la tecnologia lo ha eliminato.
Si può sintetizzare un apparecchio acustico come un sistema composto da un microfono (ingresso), un amplificatore (processore digitale) e un altoparlante (uscita).
Quando un suono entra in un microfono per essere amplificato, successivamente uscirà da un altoparlante, più forte di come era in origine.
Se a questo punto non c’è nessuna barriera di separazione e il suono amplificato viene captato di nuovo dallo stesso microfono, subisce una ulteriore amplificazione e uscirà ancora più forte e sarà intercettato ancora più facilmente dal microfono.
Questo corto circuito sonoro innesca un fischio che è conosciuto sotto il nome di feedback acustico o effetto Larsen.
Perchè non ci sia il fischio occorre che ingresso e uscita del suono non possano comunicare tra loro. Cioè il suono una volta amplificato non deve più poter essere intercettato dal microfono. Questo si ottiene togliendo ogni possibilità di sfiato all’altoparlante, cioè convogliando il suono nell’orecchio senza che possa sfuggire fuori, grazie a una chiusura ermetica del condotto uditivo.
L’anatomia del condotto dell’orecchio però non somiglia quasi mai a un bel tubo cilindrico. Ci sono condotti a sezione ovale, alcuni strettissimi, a volte quasi una fessura, più larghi all’inizio, con curve strette, con restringimenti bruschi e tante altre caratteristiche.
Ecco perché viene rilevato il calco dell’orecchio: per realizzare un auricolare anatomico in resina o silicone che convogli il segnale amplificato verso l’interno dell’orecchio, ma non gli permetta di riuscire all’esterno e produrre il fischio, poichè la sua forma coincide con quella del condotto in cui è alloggiato.
Tutto qui? Macchè. Il canale uditivo si muove e cambia forma con i movimenti facciali e con l’apertura della bocca, o anche solo se sorridiamo. L’auricolare che abbiamo realizzato invece è rigido, o appena un po’ flessibile, e quindi si creano in continuazione spazi da cui il suono può sfiatare. Se poi facciamo la conchetta, mettiamo le mani a cucchiaio sulle orecchie, apriti cielo: partirà una sirena fastidiosissima. Anche senza mani, può capitare un fischio se baciamo una persona sulle guance o se ci avviciniamo col capo a una parete, che so, in ascensore o sullo schienale del divano mentre guardiamo la tv.
Più è danneggiato l’udito, più è forte la necessità di amplificazione e più facilmente l’apparecchio tende a fischiare.
Oltre all’auricolare su misura ci viene in aiuto la tecnologia degli apparecchi digitali, che riescono a riconoscere cosa innesca il feedback, quale frequenza acustica ne è responsabile, e correggono elettronicamente il suono amplificato in maniera da sopprimere il fischio.
La maggior parte delle persone non ha una gran perdita di udito, più che altro sente abbastanza forte ma non distingue le parole. Sono le ipoacusie neurosensoriali, che proprio per questo sono dette sordità percettive. Questi ipoacusici non hanno la stessa sensibilità per tutti i suoni, sentono le tonalità gravi ma non le acute. Per loro l’applicazione protesica ottimale è l’open fitting, che significa un piccolo apparecchio esterno al padiglione, da cui parte un sottilissimo collegamento che convoglia il suono corretto nel condotto uditivo. Ma se i gravi li sento, perché mai dovrei occludere l’orecchio, perdendoli? Per poi amplificarli di nuovo, con tutte le alterazioni anche minime, ma restano comunque distorsioni, rispetto all’ascolto naturale? Assolutamente no.
Open fitting significa “a orecchio aperto”, vale a dire che non c’è occlusione del condotto uditivo, con vantaggi acustici e anche estetici. Praticamente non si vede che porto un apparecchio perchè è ben nascosto dietro la parte più alta del padiglione e il filo è trasparente e completamente attillato alla pelle, così da confondersi quasi fosse un capello.
Se non vengono amplificate le tonalità gravi perché non necessarie, gli acuti invece devono essere aumentati di molto, e c’è un forte rischio che l’apparecchio cominci a fischiare. Il processore digitale calcola il massimo volume raggiungibile prima che l’apparecchio fischi, quindi utilizza vari metodi perché nessun suono superi questa soglia (limitazione della frequenza di feedback, annullamento con un segnale in controfase, ecc.). Si riesce così a mantenere una apertura del condotto uditivo che lascia passare i toni gravi, mentre al centro del canale dell’orecchio vengono erogati gli acuti amplificati, con recupero dell’intelligibilità delle parole.
Cosa succede usando un cellulare? Occorre appoggiarlo all’orecchio e questa manovra può provocare il fischio dell’apparecchio acustico. La soluzione è di non fargli superare il bordo superiore del padiglione dell’orecchio, in modo da non creare una parete di rimbalzo del suono che sia diretta verso il microfono.
E se proprio occorre che la telefonata sia amplificata perché la perdita è consistente, allora il cellulare va orientato obliquamente e non tenuto parallelo all’orecchio, in modo che il segnale che sfiata sia convogliato verso l’esterno.

bruno odoardi
bodoardi@gmail.com
Audioprotesista pediatrico, in attività dal 1980

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