In tanti sono convinti di avere qualche problemino di udito, qualche difficoltà nel distinguere proprio ogni parola, ma tutto sommato di sentirci abbastanza bene.

C’è però una grande differenza tra cavarsela e avere l’udito a posto. E siccome comprendere è un fatto intellettivo, la prova principe per valutare la bontà del nostro udito è l’audiometria, o esame audiometrico. Vediamo di che si tratta.

Viene fatta ascoltare in cuffia una serie di suoni molto deboli, un orecchio per volta. L’operatore che esegue l’esame segna su un grafico, l’audiometria appunto, il minimo volume al quale riusciamo ancora a riconoscere la presenza del suono, per ognuna delle varie tonalità proposte. Infine si uniscono i punti distinguendoli tra orecchio destro, i cui valori vengono contrassegnati con dei cerchi rossi, e orecchio sinistro, dove sono rappresentati con delle x blu.

Sembra una prova banale, eppure dà molte informazioni utili a comprendere come stanno funzionando i nostri orecchi. E poichè i suoni in natura sono tanti, diversi tra loro, è possibile che non li sentiamo tutti allo stesso modo. Magari scopriamo che c’è una differenza tra l’orecchio destro e il sinistro.

C’è una fascia di valori dell’esame audiometrico che possiamo considerare normale, legata all’età o alla sensibilità individuale. Ma come avviene per altri test, per esempio per le analisi del sangue, così anche per l’audiometria ci saranno dei valori che superano la soglia della normalità, e ci dicono che per quel particolare suono l’udito ha dei problemi più o meno gravi.

Non solo, ma i suoni non hanno tutti la stessa importanza. Le tonalità, si chiamano frequenze, che è più necessario sentire bene sono quelle tipiche della voce umana. E la parola, non dimentichiamolo, è quella capacità superiore che rende l’uomo più evoluto degli altri animali.

Quanto più sarà danneggiata la parte di udito necessaria a sentire chi parla, tanto più avremo problemi di tipo intellettivo e limiteremo le nostre capacità relazionali.

La natura queste cose le sa, e ci ha dotato della capacità di comprendere un dialogo anche se non sentiamo con le orecchie tutte le parti che lo compongono. Ci ha dotato della vista, della memoria, della capacità di intuizione, per integrare la ricezione del discorso di chi ci sta parlando. Ma sono aspetti cerebrali, l’udito è solo uno degli input usati per recepire un messaggio.

Torniamo al nostro esame. Nel grafico audiometrico sono tracciate delle linee orizzontali che indicano la perdita di udito in decibel. Se tutti i valori sono nella parte superiore, al di sopra del numero 30, possiamo ritenerci soddisfatti: ci sentiamo bene. Beh certo, l’ideale sarebbe avere tutti i valori a zero. Ma accade raramente.

Notate che i numeri sono in ordine inverso, cioè crescono andando verso il basso. Stiamo misurando una perdita, non un guadagno, quindi è giusto così.

Per i fissati con la matematica, ci troviamo in un grafico cartesiano, nel quadrante in basso a destra, con le ascisse positive e le ordinate negative. Manca solo, per convenzione, il segno meno davanti ai decibel, visto che misuriamo una grandezza in deficit.

Se invece qualche valore è uguale, o graficamente al di sotto di 30, significa che qualcosa ci manca. Non vuol dire che non sentiamo nulla. Bisogna tener presente che la voce umana si emette tra i 60 e i 70 decibel. Quindi se abbiamo una perdita di 30 ci resta ancora un po’ di sensibilità uditiva per ascoltare una persona che parla. A patto che…

… che tutto il resto stia in silenzio.

Se invece è presente qualche altra persona che parla, o fa rumore, o siamo in mezzo al traffico, ecco che il nostro residuo uditivo non sarà più sufficiente a capire tutto. Il suono ci arriva, ma il rumore disturbante confonde le parole, ne copre il livello. Dobbiamo avvicinarci, o spostarci dove c’è meno confusione. Oppure, dramma…

… chiedere di ripetere.

Eh?… Eh?… Come hai detto?

Non sentire bene provoca fastidio e imbarazzo. Strano, se non vediamo bene corriamo a mettere gli occhiali, se zoppichiamo cerchiamo un appoggio, ma se non abbiamo capito ci sentiamo frustrati, come se fossimo diventati scemi.

Generazioni di studiosi si sono scervellati a cercare di interpretare il perché dello stigma verso la sordità senza riuscirci. Resta il fatto che il collegamento tra apparato uditivo e cervello è una via talmente importante per l’ingresso di informazioni che una sua carenza crea difficoltà di relazione e vergogna.

Torniamo alla nostra audiometria. Cosa cambia tra i valori a sinistra e quelli a destra del tracciato?

Avete presente la tastiera di un pianoforte? Se spingete i tasti a sinistra sentirete un suono cupo, grave. Al contrario, i tasti a destra emetteranno un suono acuto, squillante, quasi metallico. L’esame audiometrico riporta in basso una serie crescente di numerini, ricordate le ascisse?

Come sulla tastiera, i valori a sinistra (125, 250, 500) riguardano le basse frequenze, cioè i suoni gravi. A destra avremo invece numeri alti (4000, 8000) che corrispondono alle alte frequenze, i suoni acuti.

Le frequenze centrali (1000, 2000) sono le più importanti per ascoltare la voce umana. Se sono molto in basso allora abbiamo notevoli problemi di udito.

Ma come è fatta la voce umana? Sappiamo che le parole sono formate da vocali e consonanti pronunciate in combinazione, e che molte volte una sola consonante cambia il significato di una parola (sessanta – settanta, pino – tino, bue – due).

Ma le consonanti sono emesse a frequenze più alte delle vocali, per cui se sentiamo un po’ meglio i suoni gravi e non sentiamo abbastanza gli acuti succede che sentiremo le parole senza distinguere bene le consonanti, confondendoci.

Inoltre il volume delle consonanti è minore di quello delle vocali, e questo aggrava la difficoltà. Si dice che si sente ma non si comprende.

Vi do una brutta notizia: la maggior parte di quelli che non sentono bene hanno una perdita più accentuata per i suoni acuti che per i gravi. Spiegheremo il perché in seguito. Ci basti sapere che questa ipoacusia viene chiamata sordità percettiva proprio per sottolineare la difficoltà di percepire le parole, di discriminarle esattamente.

Si può fare qualcosa? E’ solo lo specialista otorinolaringoiatra a poter dire se c’è una terapia per risolvere l’abbassamento dell’udito. Ma non illudiamoci, quando non c’è una soluzione medica la cosa non va lasciata così, a peggiorare gradualmente. Occorre applicare al più presto una correzione con un apparecchio acustico. Più si attende e minore sarà il recupero.

La frase comune: ci penserò più avanti, quando sarò più vecchio, equivale a darsi la classica zappa sui piedi. Avremo rovinato irreparabilmente la parte rimasta efficiente del nostro apparato uditivo, il collegamento orecchio-cervello, e probabilmente otterremo solo risultati deludenti. Invece in giro è pieno di persone che hanno cercato precocemente una soluzione e sentono in modo efficiente senza che nessuno si accorga del loro problema. Fra costoro tanti sono giovani.

 

bruno odoardi
bodoardi@gmail.com
Audioprotesista pediatrico, in attività dal 1980

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