Cavolo, è già difficile ammettere di non sentirci bene, abbiamo affrontato brutte figure, antipatiche discussioni sul volume giusto della tv, abbiamo provato se sentivamo meglio il cellulare con l’altro orecchio, infine abbiamo ceduto all’evidenza: forse bisogna fare qualcosa.

E adesso, da dove si parte? Cerchiamo un medico specialista, il migliore. Che diamine, non ci ha quasi dato retta, ha concluso in quattro e quattr’otto che non si può fare niente, nessuna cura, nessuna operazione. Eppure una nostra amica si è operata, è tornata a sentire bene! Possibile che si possa solo mettere l’apparecchio acustico?

Cominciamo a chiedere in giro: tu che hai fatto, dove sei andato, quanto costa? Si scatena tutta la famiglia, tutti a domandare cosa conviene. Alla fine una pubblicità o un consiglio di un amico affidabile spinge al primo passo: entriamo in un centro acustico.

La signorina è gentile, ci vuol dare un appuntamento, poi ci dice che se attendiamo un po’ l’audioprotesista ci vede subito. Quindi ci prepariamo ad ascoltare un verdetto che in cuor nostro già sappiamo, cioè che ci occorre mettere una coppia di costosi apparecchi acustici.

La nostra prima richiesta è: però non si devono vedere. Come se finora nessuno si fosse accorto della nostra difficoltà uditiva. E’ un po’ come se andassimo in ospedale per una frattura e chiedessimo di non fare una ingessatura visibile. Cosa vuol dire? Se siamo qui è perché vogliamo stare meglio, recuperare uno stato che abbiamo perso. Confidiamo che chi ci vuole come clienti ci debba offrire proprio questo. Perché mai l’operatore che abbiamo di fronte dovrebbe desiderare di mollarci una cosa brutta, tanto per farci vergognare?

Abbiamo sempre la sensazione che questo fatto del non sentirci bene sia capitato solo a noi, come una maledizione. Non riflettiamo mai sulle statistiche che dicono che il dieci per cento della popolazione ha in qualche misura un problema di udito. Così come un problema di vista, o un problema di denti. Non è mica una cosa rara.

Fatti gli esami del caso e una breve presentazione del percorso da fare, l’audioprotesista comincia a farci provare un paio di apparecchi.

Che sensazione strana! Ci scappa un sorriso, sentiamo delle voci che scopriamo arrivare dal corridoio. Proviamo a dirlo, ma come apriamo bocca la nostra voce ci giunge enorme, cavernosa, insomma insopportabile. Ah no, mica possiamo portare questo coso che ci cambia la voce!

Facciamo finta di non notare l’aria soddisfatta di chi ci accompagna, che ci dice: oh, stai parlando più piano finalmente. Di solito urli e non te ne rendi conto. Tutti in casa abbiamo preso l’abitudine di parlare ad alta voce a causa tua. E poi, non si vede niente. Guardati anche tu allo specchio. Sei sicuro di averli messi? Pensiamo che ci stia mentendo per convincerci, però effettivamente anche muovendo lo specchio non riusciamo a vederli. Sarà così anche per gli altri?

L’autofonia, il modo in cui sentiamo la nostra voce, è la prima difficoltà che incontriamo mettendo l’apparecchio acustico. Riflettiamoci: la bocca è vicinissima all’orecchio, Circa quindici centimetri. E’ ovvio che il suono che arriva dalla propria bocca sarà quello che cambia di più.

Non sentendoci bene è probabile che ci siamo abituati ad un suono della nostra voce che non è quello che sentono gli altri. Vi è capitato di risentirvi in un video? Non riconosciamo la nostra voce, ci pare anzi impossibile che parliamo così, con quella vocina distorta. E invece è proprio così, agli altri quella voce appare reale, quella  che abbiamo sempre.

Comunque l’audioprotesista con pazienza manovra qualcosa al computer e l’autofonia diminuisce. Non è scomparsa, ma sembra che adesso possiamo sopportarla. Dai, facciamo al nostro accompagnatore, dimmi qualcosa piano piano. Ma cade una penna e ci sembra faccia un rumore innaturale, viene strofinato un foglio di carta e ci sembra sia fatto di cellophane. Effettivamente però sentiamo la voce altrui più forte, anzi più marcata.

L’audioprotesista si copre la bocca con un foglio e ci chiede di ripetere: sessantatre, settantuno, settantotto, sessanta. Beh, non sbagliamo mai. Però sentiamo un rumore, una specie di fruscio continuo fastidioso e lo diciamo.

Allora il tecnico ci sorride e prende un telecomando. Spegne il condizionatore e il fruscio sparisce. Ma ha sempre fatto così? Ci spiega che se siamo immersi nel rumore costante, dopo un po’ il nostro cervello lo cancella. Il silenzio totale non esiste quasi mai.

Chiediamo di accendere la tv. Questa la sentiamo più forte di sicuro, però le parole non sono mica tanto più chiare di prima! Proviamo con un film. Che delusione! Forte sì, ma non capiamo le parole. Il tecnico ci dice che ci vorrà del tempo, che comprendere le parole è una questione di riabilitazione, è un meccanismo cerebrale in cui concorrono anche la vista e la memoria. Nei film il suono delle voci si sovrappone spesso a musiche, il viso non è sempre inquadrato per aiutare con la lettura delle labbra, anzi spesso si tratta di scene doppiate in cui la bocca si muove in un modo ma la voce dice qualcos’altro. E poi incidono la qualità della trasmissione, degli altoparlanti e anche le caratteristiche della stanza, che può favorire il riverbero. Uffa, quanti problemi!

Ci viene chiesto di riflettere: non passiamo l’intera giornata davanti alla tv, le situazioni a cui dare priorità sono altre, quando dobbiamo comunicare con le altre persone, o accorgerci di campanelli, citofoni, suonerie. Anche in chiesa, che è un ambiente grande e pieno di echi, avremo ancora delle difficoltà di comprensione. Ma in realtà quanto tempo ci trascorriamo? O a teatro, o alle conferenze? L’audioprotesista ci dice che volendo potrebbe regolare gli apparecchi per essere perfetti in quelle situazioni ma probabilmente in questo modo ci risulterebbero fastidiosi per la maggior parte della giornata restante.

Ok, vada per la voce, mi abituerò, ma perché non mi dà quelli invisibili, che scompaiono dentro il condotto uditivo? E quello prende a spiegare che non è una cattiveria, ma una scelta dettata dal nostro tipo di perdita che richiede l’open fitting, cioè che l’orecchio non venga chiuso con un apparecchio che lo tappi, ma è più adatta una soluzione in cui rimane aperto, lasciando l’udito naturale con l’aggiunta di un aiuto che lasci un’ampia ventilazione del canale auricolare.

Un audioprotesista preparato e sensibile darà un sacco di spiegazioni, certamente per convincerci, ma soprattutto per renderci partecipi e ottenere la nostra collaborazione per ottimizzare la regolazione degli apparecchi. Lui infatti non è nella nostra testa, e probabilmente non si fida ad occhi chiusi nemmeno di tutto quello che è dichiarato nelle specifiche tecniche dei prodotti. Ci metterà alla prova, userà degli strumenti, ci farà molte domande, per capire se la calibrazione è la migliore possibile, che in primo luogo non dia fastidio, e che dia un evidente miglioramento.

Ci spiegherà che dovremo mettere le protesi per un certo periodo così come le ha regolate, per dar tempo ai centri cerebrali di assimilare i cambiamenti e familiarizzare con l’utilizzo, poi dovremo rivederci per valutare insieme cosa va corretto. E’ una specie di allenamento progressivo guidato da un personal trainer che non solo ci insegna come allenarci, ma ci corregge via via che facciamo progressi.

Dopo aver imparato a indossare gli apparecchi, a distinguere il destro dal sinistro, ad accenderli e spegnerli e a sostituire la pila, usciamo dal locale e ci troviamo immersi in un mondo sonoro rumoroso che avevamo dimenticato. Le ruote delle auto sembreranno percorrere l’asfalto bagnato, sentiremo i nostri passi molto più forte di prima. Tirare lo scarico assomiglierà alle cascate del Niagara, il citofono ci farà trasalire.

Dopo tre giorni tutto questo sarà molto meno fastidioso, ci saremo abituati e riusciremo a mettere l’apparecchio da soli molto più facilmente. Le naturali difese che ha l’uomo contro i rumori, che si erano assopite per via dell’ipoacusia, riprenderanno ad entrare in azione e tutto sembrerà più normale,

Saremo contenti? Macchè. E’ nella psicologia umana dimenticare che fino alla scorsa settimana non ci accorgevamo neppure se ci chiamavano a tavola, e cercheremo qualcosa che ancora non sentiamo perfettamente. In auto non sento il bip della retromarcia, le mie figlie si sussurrano qualcosa tra di loro e io non riesco a capire.

Le statistiche dicono che chi ha una vita ricca di rapporti apprezza subito il beneficio delle protesi e si abitua rapidamente alla nuova situazione, ottenendo il famoso miglioramento della qualità di vita. Chi ha poche relazioni invece tende ad esasperare la mancanza di perfezione che è propria del percorso riabilitativo, specialmente se l’approccio è stato tardivo, dopo molti anni di udito carente.

Un vantaggio che non sempre viene preso in considerazione è che chi porta le protesi acustiche da quel momento in poi è super controllato, farà esami periodici dell’udito e se qualcosa dovesse peggiorare immediatamente gli verrà corretta la regolazione degli apparecchi in modo che l’ascolto rimanga sempre il migliore possibile. L’apparecchio dura molti anni.

Ripristinare perfettamente ogni dettaglio della propria capacità uditiva è probabilmente un’aspettativa troppo alta, tranne poche eccezioni. Nessuno sentirà esattamente come prima. Ma se l’orecchio non lo abbiamo abbandonato, se abbiamo fatto i controlli, e siamo intervenuti al momento giusto, allora saremo in grado di risolvere molto bene il problema dell’udito e ci proteggeremo dalle varie forme di decadimento cognitivo, come raccomanda l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

bruno odoardi
bodoardi@gmail.com
Audioprotesista pediatrico, in attività dal 1980

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